ALL STARS
L’impensato come linguaggio umano

Joseph Beuys, Alexander Calder, Gino De Dominicis, Emilio Isgrò, Urs Lüthi, Jannis Kounellis, Joseph Kosuth, Hermann Nitsch, Luigi Ontani, Claudio Parmiggiani.

04|05-04|06|21

Il progetto espositivo nasce dal cercare di elaborare un quesito che nell’ultimo periodo, connotato da una profonda crisi globale, molti si sono posti, non solo privati cittadini bensì tutto l’arco istituzionale: a cosa serve l’arte, qual è la sua reale utilità all’interno delle complesse sfaccettature di una società civile?
Per certi versi le circostanze emergenziali hanno determinato, perlomeno, una minore ambiguità tra le parti, quindi una maggiore possibilità di chiarimento dei rapporti di forza tra mondo culturale e quello giuridico-statale.
Sostanzialmente quello che è emerso come risposta racconta di una visione della prassi artistica nel suo complesso del tutto trascurabile, legata per lo più all’intrattenimento o a un surplus lontanissimo dai reali bisogni essenziali di una comunità. Una pratica dunque in alcun modo organica alla costruzione di una società equilibrata, plurale e democraticamente sana.

Ma è davvero così? Questa concezione dell’arte in cosa è difettiva, se lo è?
Per cercare di rispondere a queste domande abbiamo pensato di rivolgerle ad alcuni dei più significativi maestri dell’arte moderna e contemporanea occidentale, interrogando le loro opere e soprattutto quello che esse presuppongono. Sicuramente possiamo affermare che ciò che accomuna tutti questi campioni è l’assunzione consapevole e volontaria di una postura di discontinuità rispetto alla propria epoca e a quanto in essa era dato per assodato e certo. Una tensione costante e progressiva volta a elaborare responsabilmente nuovi territori di pensiero fino a prima inesplorati o sconosciuti. La complessa fantasmagoria chiamata realtà, che oggi appare così tragica e così bisognosa di competenti e liberi narratori, non era percepita da questi come qualcosa da assumere in modo passivo, bensì come una materia mobile e per certi versi caotica da plasmare e forgiare con il ritmo di una nuova e vitale conoscenza. Inoltre la prassi creativa assumeva un significativo compito “politico”: trasformare il risentimento, che andava ciclicamente formandosi come forza distruttiva dell’equilibrio sociale, in capacità di evolvere il pensiero e l’azione, oggi questo lo chiameremmo welfare.

Il mondo così si rinnovava in un ciclo vitale formato, non per fatalità, per natura o per legge, ma dalla volontà di esseri coscienti che pensando in modo radicalmente nuovo ricreavano il mondo stesso e le sue strutture.

Dunque, per sintetizzare, a cosa serve l’arte?
Secondo questi grandi maestri l’arte è il simbolo della capacità dell’essere umano di creare costantemente nuovi contenuti di pensiero che, una volta formati e condivisi, possano edificare quella porzione di impensato che ci attende oltre l’obsolescenza di strutture concettuali ormai pericolanti.

Il progetto è curato da Marcello Tedesco e fa parte del programma istituzionale di ArtCity Bologna 2021 nell’ambito di Bologna Estate.

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Orari: martedì, giovedì, venerdì dalle 15 alle 19 solo su appuntamento.
La mostra è sempre visibile dall’esterno del museo.