ASPETTANDO ZA
Una non mostra su Cesare Zavattini
Dalla collezione Massimo Soprani

09| 02 – 09|03|21

Nel celebre poema “The Cantos” Ezra Pound recita con incredibile coraggio che il “paradiso dell’uomo è la sua buona natura”, con analoga forza l’intera attività di Cesare Zavattini (Luzzara 1902, Roma 1989) ha concentrato la sua attenzione sull’essere umano e sulla sua natura nobile e tragica al contempo.

La constatazione dell’inarrestabile, progressiva, demolizione dell’essere umano, ad opera di quelli che Zavattini chiamava, con il suo caratteristico umorismo, i campioni della cultura dei pochi, è stata uno dei motivi che ha guidato tutta la sua multiforme e sfaccettata opera, interamente tesa nell’arduo compito di trovare una strada che disincantasse questo osceno processo.

 

 

I documenti autografi, i libri, le fotografie, gli appunti, i manifesti originali, ma anche la sua stessa voce in “Non libro” ed infine l’ultima opera testamento, ovvero il film “La Veritaaaà”, dove Zavattini è sceneggiatore, regista e attore, sono gli elementi in mostra.

Nonostante la collezione di Massimo Soprani, segretario di Zavattini a Luzzara per trenta anni, disponga di moltissime opere di pittura e incisione (inedite), si è deciso per questa prima tappa dedicata al maestro di non concentrare l’attenzione sull’aspetto prettamente artistico, bensì predisporre un territorio dove avvicinarsi al suo nucleo di pensiero. Il quale, conosciuto e approfondito nella sua stupefacente radicalità, potrà, non solo fare apprezzare maggiormente la sua ispirazione pittorica, ma offrire degli strumenti conoscitivi per decifrare l’incredibile contraddizione che vede l’essere umano autore e artefice del proprio declino.

Per comunicare visivamente la mostra e farla vivere nel complesso periodo storico che stiamo vivendo, si è deciso di fotografare alcuni giovani studenti universitari in stretto rapporto con le opere e i documenti esposti. Questa relazione ha lo scopo di comprendere che oggi più che mai l’opera d’arte ha bisogno di essere attivata dall’energia degli esseri umani per concretizzarsi come realtà vitale.

La mostra è curata da Marcello Tedesco

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L’eccezionale normalità
Saggio critico di Antongiulio Vergine

Per comprendere il pensiero di Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) – impresa tutt’altro che semplice – occorre cercare di individuarne i caratteri fondamentali. Umorismo, spregiudicatezza, determinazione, schiettezza: sembrano essere questi i tratti distintivi di un uomo che non ha mai smesso di inseguire le proprie convinzioni, nemmeno una volta raggiunti la fama e il successo. Ma, a guardare bene, non sono forse gli stessi tratti che contraddistinguono il temperamento della giovinezza? Quei momenti della vita in cui il fanciullo che è in noi entra in contrasto con l’adulto che siamo diventati?

Zavattini non ha mai rinunciato a questo lato dell’essere. Anzi, ha sempre cercato di assecondarlo soprattutto attraverso il primo dei caratteri prima elencati: l’umorismo. Parliamo tanto di me (1931), I poveri sono matti (1937), NON LIBRO + Disco (1970) – nell’ambito letterario – e La Veritàaaa (1982) – unico film da lui scritto, diretto e interpretato – sono solo alcuni esempi della formidabile capacità di cogliere e interpretare la realtà sotto la lente di questo particolare tratto. Dispositivo tanto (apparentemente) leggero quanto sottile e profondo, dell’umorismo Za – come si faceva chiamare dagli amici – ne comprende fin da subito l’enorme potenziale:

Zavattini è uno scrittore popolare che punta a una comunicazione diretta e immediata col grande pubblico dei lettori; ma Zavattini è anche uno scrittore sofisticato che non si lascia ingannare sulla natura dell’arte alla quale riconosce un funzionamento indipendente e autonomo regolato da leggi e codici propri.

La chiave di questa contraddizione, lo strumento che permette a Zavattini di giuocare queste due parti […] è l’umorismo. Che non è un semplice giuocare con le cose, magari per frenare la violenza con cui ti investono; né opporre una soffice coltre trapunta di bons mots all’urto della realtà. No. L’umorismo in Zavattini non è una strategia di difesa ma una modalità di attacco.[1]

Dunque, non una semplice questione di boutades – pure quelle, in verità, estremamente eleganti e raffinate – ma una vera e propria arma di combattimento. Nulla che riguardi il fomentare una polemica, sia chiaro, ma le parole, come si suol dire, spesso risultano taglienti come lame, ed è importante comprenderle per riuscire ad addentrarsi nella complessità del suo universo.

Il primo pensiero che verrebbe in mente, una volta varcata la soglia, sarebbe sicuramente quello di una certa contraddizione che caratterizza la figura di Zavattini – e non potrebbe essere altrimenti, viste le profondità della sua dimensione. Aspetto, quello della contraddizione, che non viene negato neppure dallo stesso Zavattini: “Le mie contraddizioni sono tante – ammette durante un’intervista – Tema ampio, perché io sono sempre stato diviso tra il desiderio di scrivere e il desiderio di vivere”[2]. La natura ‘contraddittoria’ del suo essere, d’altronde, si plasma sulle altrettanto controverse anomalie che affliggono la nostra società, e rappresenta, di fatto, l’unico modo per riuscire ad affrontarle. Ipocrisia, corruzione, individualismo, egocentrismo: Zavattini le riassume, non a caso, nell’espressione della ‘spaventosa contraddizione’, emersa in maniera chiara ne La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini, libro del 1976, ma contenuta in nuce nel suo pensiero già da molto prima. È un concetto potente, rivelatore, che mette a nudo la disonestà di chi cerca di tirarsi indietro dalle proprie responsabilità: per questo, come sostiene Gualtiero De Santi, Zavattini detesta “l’uomo ipocrita, l’uomo che si crede innocente”[3]. Nessuno, al contrario, è esente dall’alimentare la ‘spaventosa contraddizione’, neppure la ‘categoria’ degli artisti della quale egli stesso fa parte:

Solo degli illusi come gli artisti possono credersi irripetibili e ne accettano la conferma da chiunque in qualche modo li onori, ci lasciamo cuocere come zamponi nel brodo della vanità. […] Qualche vittima, qualche vittimone, ci sarà che dirà: uguali sì ma. Nei ma anziché salvarsi affoga. La rivelazione dell’uguaglianza fa crollare ogni ma.[4]

Za mette in gioco pure sé stesso, dunque, sottolineando quanto sia importante, al contrario del pensiero dilagante, rendersi conto di essere uguali, convincersi di non occupare alcun posto privilegiato, e comprendere di appartenere all’unica, grande ‘categoria’ – se così si può definire – degli uomini. Roberto Rossellini diceva che “bisogna essere assolutamente spontanei e niente di più, perché se cominci a pensare cose del tipo ‘Sono un artista’, diventi subito un figlio di puttana”[5]: parole forti, vero, ma schiette e sincere.

Le (supposte) contraddizioni di Zavattini aumentano quando, nell’individuare coloro i quali sono in grado di sconfiggere la ‘spaventosa contraddizione’, afferma che si tratti proprio degli stessi uomini. Già, perché Zavattini, in fondo, nutre una sottile speranza per un inaspettato cambiamento delle cose, e ripone fiducia negli unici, possibili protagonisti di tale cambiamento: gli uomini, appunto. “Come si può sfruttare l’uomo se è meraviglioso? – si domanda ne La notte che… – Chi lo sfrutta non vede in lui niente di meraviglioso”[6].

Risulta chiara, a questo punto, la scelta di mtn | museo temporaneo navile di far promuovere la mostra Aspettando Za a giovani studenti universitari: in essi, infatti, è racchiuso il più fulgido esempio di quanto la bellezza dell’animo umano possa raggiungere i più alti picchi di meraviglia. Non si tratta, evidentemente, di una questione puramente anagrafica, sebbene chi vive nella giovinezza è meno incline all’arrendersi al corso degli eventi e più determinato a conservare quella libertà e quella spregiudicatezza tali da non sottostare a deplorevoli compromessi.

È attraverso una delle sue (nemmeno tanto ironiche) boutades che Zavattini cerca di spiegarne il valore: “Lasciate che centinaia di giovani vadano in giro con questi occhi e vi porteranno a casa della pellicola in cui ci sarà perfino quell’arte tanto ansiosamente e più di ogni altra cosa da molti ricercata”[7]. L’arte, dunque, non è soltanto questione di sedicenti intellettuali, magari pure attempati, ma, piuttosto, un fatto profondo, legato semmai alla volontà d’animo e alla facoltà di esprimersi liberamente. Tutti, a ogni modo, devono fare la propria parte, e a sostegno del fatto che non si intende ridurre il discorso soltanto a un problema di numeri, ecco un altro cruciale passaggio del pensiero di Zavattini: “Cambiare: è la giovinezza che lo vuole, non la giovinezza dei giovani, ma la giovinezza che c’è sempre nell’uomo libero”[8]. E l’uomo libero – è evidente – non ha età.

Certo è, come detto prima, che certi slanci d’audacia sono riconducibili per lo più all’innocenza e al coraggio (o sana incoscienza) della gioventù, e Zavattini – che ha custodito una certa dose di entrambi – lo sa bene. Un esempio è dato da una scena, forse la più importante, del film La Veritàaaa. Una volta scappato dal manicomio, Antonio – il protagonista matto interpretato dallo stesso Za – rivolge la propria arringa a una folla composta per la maggior parte da giovani, affinché siano proprio questi, probabilmente, a cogliere le sue parole: “Si muore senza avere mai pensato. Perché se c’è qualcuno che pensa, pensa sempre dentro l’ambito del non-pensiero, del falso pensiero, del pensiero di pochi. Si dovrebbe recuperare quel pensiero: ma quello, proprio quel pensiero originario, universale non nella sua finalità ma nella sua genesi”[9]. Aspettando Za – una non-mostra proprio perché non intende tanto esibire, quanto farci comprendere l’universo zavattiniano – suggerisce di tornare a riflettere proprio su “quel pensiero originario”[10], che non gli artisti, gli intellettuali o gli adulti riescono a riscattare, bensì, per l’appunto, gli uomini liberi.

Risulta interessante notare che il personaggio di Antonio non si sostituisce alla figura di Zavattini, ma è a tutti gli effetti Zavattini: tralasciando l’intuizione (arguta contraddizione) di affidare a un pazzo il fondamentale incarico di diffondere La Verità – non la sua verità, ma La Verità – è altrettanto indicativo che siano proprio i cosiddetti matti a conservare alcuni tratti dell’infantilità e dell’umorismo, gli stessi che si riscontrano non solo nell’uomo-Zavattini, ma anche nel suo essere scrittore. “La leggerezza e la effervescenza delle trovate, il coraggio delle scelte linguistiche, il rifiuto dei limiti imposti dal genere conchiuso, l’avversione dichiarata alla formula borghese del romanzo d’intreccio e dell’eroe, la pratica della comicità in tutte le sue gamme e l’enfatizzazione del paradosso, la fiducia al sogno e al desiderio”[11]: sono caratteri che contraddistinguono tanto le parole dette quanto quelle scritte, e che costituiscono le basi di un pensiero sì maturo, ma mai invecchiato e sempre attuale. Come un anonimo A. D. scrisse in un articolo apparso sul <<Tempo>>:

La cosa si spiega in virtù di un fatto che sta alla radice stessa dell’ispirazione zavattiniana; l’umanità che Zavattini concepisce e alla quale si rivolge, è una umanità prodigiosamente trapiantata sul piano dell’infantilità. L’uomo Zavattini e l’uomo di Zavattini sono uomini che, nonostante l’esperienza della vita, conservano la freschezza d’immaginazione, la capacità di meraviglia e l’ignoranza delle convenzioni che hanno i bambini. Vanno al di là della prudenza, si buttano all’avventura e finiscono per smontare la vita e il mondo come giocattoli, per vedere cosa vi è dentro. […] In fondo al gioco di Zavattini c’è sempre dolore e tragedia; ma dolore e tragedia si tramutano in umorismo, sberleffi, esibizione deformata ed esilarante.[12]

Ne I poveri sono matti, Zavattini “accentua il senso del quotidiano”[13] e, come i personaggi del suo libro – tutti aventi dei nomi amichevolmente abbreviati: Bat, Buk, Dod, Suc, Gec – coglie “l’eccezionale nel normale”[14]. Forse, proprio attraverso l’arma dell’umorismo, dovremmo coglierla anche noi questa eccezionale normalità, al fine di godere della miriade di piccolissimi dettagli che riempiono le nostre vite: ecco, Aspettando Za si fa portavoce di un altro suggerimento, nascondendo nelle pieghe del suo titolo la stessa sottile speranza nutrita dal Nostro e lo stesso amichevole sentimento che si prova verso quest’ultimo e i suoi personaggi.

Antongiulio Vergine

[1] A. Guglielmi (a cura di), Il Piacere della letteratura. Prosa italiana dagli anni 70 a oggi, cit., Feltrinelli Editore, Milano, 1981, p. 401.

[2] Intervista diretta da Fabio Carpi nell’ambito del programma RAI Un’ora con, a cura di Gastone Favero, andato in onda nel 1967.

[3] G. De Santi, Ritratto di Zavattini scrittore, cit., Imprimatur Editore, Reggio Emilia, 2002, p. 434.

[4] C. Zavattini, Post scriptum più lungo dello scriptum, cit. in Id., La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini, Bompiani Editore, Milano, 1976, p. 80.

[5] T. Gallagher, Roberto Rossellini: “Where are we going?”, cit., <<Changes>>, intervista del 1974 riportata in M. Currey, Rituali quotidiani, Antonio Vallardi Editore, Milano, 2016, p. 121.

[6] C. Zavattini, Post scriptum…, cit. in Id., op. cit., p. 125.

[7] M. M. Gazzano (a cura di), Visione Molteplice. L’Opera Audiovisiva di Hermes Intermedia, cit., Armando Editore, Roma, 2019, p. 28.

[8] C. Zavattini, Post scriptum…, cit. in Id., op. cit., p. 103.

[9] Monologo di Antonio alias C. Zavattini in La Veritàaaa, film scritto, diretto e interpretato da C. Zavattini, 1982.

[10] Ibidem.

[11] S. Cirillo, Il mondo è piccolo se noi vediamo piccolo, cit. in S. Cirillo (a cura di), Zavattini parla di Zavattini, Bulzoni Editore, Roma, 2003, p. 17.

[12] Firmato A. D., ZAVATTINI o l’uomo buono, cit., a. VII, n. 213, <<Tempo>>, Mondadori Editore, Milano, 1943, p. 22.

[13] F. Venturini, Profilo di Zavattini: teoria e prassi creativa, cit. in AA. VV., Bianco e Nero. Rassegna mensile di studi cinematografici, Centro Sperimentale di Cinematografia, a. XVI, n. 1-2, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1955, p. 5.

[14] Ibidem.

Orari: martedì, giovedì, venerdì dalle 15 alle 19 solo su appuntamento scrivendo a info@museotemporaneonavile.org

La mostra è sempre visibile dall’esterno del museo.