INTRAMONDO | Sabrina Muzi | 05|06-29|08|20

Il museo, confermando il suo stretto legame con la comunità, ha deciso per non interrompere la sua attività espositiva, tenendo comunque presente le problematiche in corso, di inaugurare un nuovo format di mostre che avranno come sede le vetrate monumentali del museo. Questo favorirà la fruizione delle mostre dall’esterno in assoluta sicurezza e autonomia. Si potrebbe quasi dire che in questo modo saranno le opere ad andare verso il pubblico e non più viceversa. Le due sale che solitamente ospitavano le opere saranno assolutamente vuote, impraticabili, in attesa. Questo vuoto tuttavia non sarà uno spazio inerte ma potenzierà, come un grande serbatoio di ossigeno, le opere esposte sulle vetrate che saranno concepite come un territorio inedito: uno spazio della prossimità.

Il primo artista che il museo ha invitato per sviluppare questo nuovo format è Sabrina Muzi, la cui ricerca artistica è focalizzata proprio sulla capacità di trasformare in modo inaspettato i luoghi, instaurando un rapporto simbiotico tra opera e spazio che la ospita. Inoltre le tematiche che stanno alla radice della sua ricerca sono incentrate su una visione non convenzionale dell’essere umano e del suo rapporto con la società. L’opera dell’artista discostandosi da una concezione monolitica e mainstreem della storia ne intuisce diversamente le molteplici sfaccettature, le possibilità interpretative. Le sue opere parlano di una storia minima fatta di sfumature, di racconti negletti e per certi versi invisibili. In quest’ottica va inquadrato l’interesse dell’artista a lavorare in zone remote del mondo dove, vivendo a stretto contatto con comunità in villaggi urbani all’interno di megalopoli o in luoghi rurali, raccoglie come un’antropologa i segni, le voci e le storie di questi, ricostruendoli successivamente in grandi disegni, performance, sculture con tessuti o materiale organico e film.

 

Il progetto di mostra concepisce le sezioni modulari delle vetrate del museo come luoghi spazio-temporali per una narrazione che si definisce man mano che la si percorre nel senso di marcia voluto. Disegni di forme vegetali si stendono su grandi fogli di carta ibridandosi con riflessi, luci e paesaggi reali. A questi si alternano sagome e profili, dipinti direttamente sul vetro, che richiamano immaginari simbolici, viaggi già percorsi, segni annidati nello spazio remoto dell’archetipo, che così riscoperto sembra formulare una capitale domanda: in fondo cosa significa essere Umani?

Considerare l’opera di Sabrina Muzi in questo delicato periodo storico vuole dire soprattutto credere alla multiformità dell’essere umano, alla ricchezza delle sue espressioni vitali e linguistiche, alla dignità della propria vicenda. Quello che sorprende in questa concezione dell’arte è l’intuizione che oggi ci sia bisogno di una cultura condivisa, nata nell’orizzontalità, nel desiderio di unire quanto appare drammaticamente diviso. Un’arte umana fatta per gli esseri umani.

 

SCULPTURAL TRAINING | 24|01-07|03|20

Joseph Beuys | Domenico Brancale | Daniele D’Acquisto | Niccolò Morgan Gandolfi | Alberto Scodro | Marcello Tedesco | Moe Yoshida

L’idea di indagare una concezione di scultura in termini più ampi e complessi di quelli che la semplice produzione di un manufatto tridimensionale presuppone è alla base di questo primo progetto espositivo che mtn propone per il 2020. Lo stesso museo, fin dal principio delle sue attività, è stato concepito come una forma scultorea e più in generale come un’opera d’arte immateriale. Da questo punto di vista non è un caso che gli ideatori del museo siano due artisti.

Quella di allargare i confini tradizionalmente intesi dell’opera d’arte e della sua funzione nella società, è uno dei centri di interessi di mtn, insieme alla messa a punto di una nuova idea di museo d’arte contemporanea. La necessità di volere uscire dal campo specialistico dell’arte per intrecciarla all’intero percorso evolutivo della società è il primo parametro con cui gli artisti della mostra “Sculptural Training” si sono confrontati, sviluppando quanto Joseph Beuys, a sua volta ispirato dal pensiero antroposofico di Rudolf Steiner, negli anni 70 poneva come base della cosiddetta scultura sociale.

 

L’addestramento cui fa riferimento il titolo della mostra è legato all’esercitasi nel mettere a punto un tipo di pensiero di natura scultorea, perché capace di disincantare il mutismo della fredda materialità terrestre, investendola di forza calorica. Così l’oggetto dell’attività scultorea non è più, o non solo, la creazione di manufatti, bensì l’intero ordine del reale.

I percorsi creativi in mostra sono frutto di questa rinnovata vitalità, di un nuovo rapporto stabilito con la realtà che, superate la parzialità di concezioni astratte ed equivoche, viene sperimentata come il risultato di tutte le attività di pensiero degli esseri umani. Ogni artista più che un’opera presenta un percorso conoscitivo e, insieme a questo, offre alcuni strumenti a cui tutti possono accedere, e in seguito utilizzare, per agire plasticamente sul rapporto enigmatico tra l’essere umano e il mondo nel quale è inserito. Fotografia, video, performance, installazione, incontri pubblici sono i dispositivi utilizzati in questo progetto per esplorare la pratica del pensiero scultoreo. La partecipazione attiva del “pubblico” è essenziale per il funzionamento del processo creativo. Un documentario racconterà tutte le fasi di “Sculptural Training”.

 

OMBREGGIATURE DI UN ORDINE MOBILE | Attilio Tono | 29|11-28|12|19

Photo credit: Bruno Bani

L’approccio che sostanzialmente caratterizza il lavoro di Attilio Tono è quello legato ad un sentimento di impossibilità di pervenire ad una conoscenza assoluta, afferma a questo proposito l’artista: sono consapevole di non sapere, e non ritengo oggettivamente possibile una mente onnicomprensiva. Se ogni cosa è connessa a tutte le altre, per spiegare ogni singolo evento avremmo bisogno di conoscere tutti gli altri, e ciò mi sembra innaturale. Per questo non aspiro a spiegare ma a svelare.

Ne deriva che ogni connessione crea vertiginosamente nuove forme e nuove dimensioni materiche, organiche, in movimento, in una continua rete di relazioni, scambi e conflitti. Dove l’ordine che sorge dal non-equilibrio si manifesta nella ricchezza, varietà e bellezza labirintica di ciò che è vivo.

Una scultura quella di Attilio Tono che non desidera porsi solo come fenomeno culturale, cioè operante all’interno di un codice, bensì porsi in quel territorio contradditorio e indefinibile proprio del reale: la mia ricerca scultorea recente è stata catturata proprio dall’importanza di queste “relazioni”, spesso invisibili all’occhio, sotto la soglia d’attenzione, minime, lente, ma capaci di emanare echi e modificare stati in modo continuo e sostanziale.

La materia è il tramite e il soggetto stesso di queste modificazioni, la sua chimica ferve di reazioni osmotiche che non la lasciano inalterata nel suo aspetto, essa ne decodifica il messaggio attraverso colore, forma, consistenza, dimensione.

Parlando di materia siamo spesso abituati a pensare solo a ciò che ci circonda, soprattutto nel mondo vegetale e minerale, senza ricordare che l’essere umano stesso è un agglomerato di elementi chimici in continuo mutamento e che è parte integrante di questa rete di relazioni.Le opere di Attilio attivano micro relazioni spettatore-spazio-materia al fine di risvegliare una coscienza olistica in grado di portarci a considerare lo stato di cose da angolazioni inedite, le sue sculture sembrano sussurrare divertite: ogni struttura è instabile.

 

 

NON APPENA FUORI DI ME | Monica Mazzone | 27|09-26|10|19

L’arte è una pratica di conoscenza empirica dell’esistente: è la sperimentazione dei possibili modi di relazione con il reale. Tra questi, quello scelto da Monica Mazzone: utilizzare un linguaggio rigoroso guidato da una ferrea logica come strumento di un’indagine che ha le sue fondamenta nell’esperienza concreta dell’incontro tra sé e il mondo. Un procedimento analitico che parte da una base arbitraria per razionalizzare la molteplicità del vissuto soggettivo.

Con Non appena fuori di me Monica Mazzone presenta un nuovo ciclo di lavori che sviluppano il percorso intrapreso nell’ultimo anno con la serie degli autoritratti, dove la fisionomia si traduce in una composizione geometrica determinata dall’elaborazione di un personalissimo canone in cui i rapporti numerici ideali sono desunti dalla misurazione delle parti del proprio corpo. Mazzone si elegge a modulo per costruire un’anatomia strumentale che diventa unità di misura dello spazio, che – al contrario della tradizione classica che arriva a Le Corbusier – non sottintende la fiducia umanistica dell’uomo come misura di tutte le cose ma è la scelta narcisistica e radicale di mettere se stessa al centro e stabilire il proprio sentire come primo atto conoscitivo. L’elaborazione dell’esperienza personale implica un processo di razionalizzazione e la conseguente necessità di un linguaggio universale ed esatto per esprimersi individuato nella geometria di cui l’artista si appropria piegandola a sintesi dell’interazione tra sé e l’ambiente circostante, ridefinito prescindendo dalla concezione spaziale comunemente ritenuta oggettiva.

È un’azione allo stesso tempo conoscitiva ed esplorativa: appropriarsi di un territorio significa invaderlo ed esserne, al tempo stesso, invasi, impegnando energie, emotività, tensioni, strategie alternate di occupazione e di abbandono che Mazzone descrive in termini di “intermittenza/assenza” tra l’esperienza contingente e il “ricordare a memoria lo spazio che esiste fra gli spazi quotidiani”. Significa anche marcarne i confini: le opere diventano così i punti cardinali di una inedita mappatura che trasforma il luogo estraneo in paesaggio familiare, proiezione in divenire dell’incontro/scontro tra l’ambiente e la fisicità corporea che lì si incarna e si disincarna, occupandolo lo spazio o, al contrario, dissolvendosi nella traccia che ne testimonia il passaggio.

Così il grande polittico intitolato Proiezione meno Uno ne è la mappa vista dall’alto, a volo d’uccello dove la dissolvenza rappresenta la sottrazione dell’ingombro del corpo di Monica Mazzone che riappare in Le avversità sono solo spazi di pretesa, scultura cubica che ne inscrive idealmente l’estensione nel quadrato a cui fa eco A remarkable portrait of me (I/II/III) tre autoritratti che rimandano all’altra forma perfetta, il cerchio per rispecchiarsi in Autoritratto senza testa con il cuore che rappresenta la proiezione sovrapposta del cranio con il torace. La presenza dell’artista si moltiplica in sua assenza ridefinendo le coordinate del Museo Temporaneo Navile secondo la sua immagine.

Non c’è intento riduzionista in questa pratica di astrazione, né nostalgia modernista ma la spinta innata verso il controllo dell’impulso sentimentale che ne è l’origine. L’emozione – “Amore” come lo definisce l’artista – veicola la necessità primaria, quella di “non sparire” affermando la propria presenza nell’opera: ne è testimonianza la delicata e seducente cromia delle superfici, virtuosamente dipinte per velature nei toni del viola, del verde e del grigio, sulle forme disegnate a mano e, nelle sculture, dalle tensioni appena percettibili, come impulsi nervosi trattenuti eppure avvertibili sotto la pelle delle sottili lastre di alluminio che si protendono nel vuoto.

Utilizzando indifferentemente scultura e pittura, tra le quali c’è un’assoluta soluzione di continuità, Monica Mazzone parte dal dato concreto della relazione contingente che lega indissolubilmente corpo e ambiente sublimandola in una sintesi formale che testimonia la tensione mai soddisfatta del superamento dell’accidentalità fenomenica e del caos emotivo dell’esperienza – che ne è il sottotesto – verso un ordine razionale che contenga quello che c’è Non appena fuori di me. Un inesausto lavoro di analisi – e autoanalisi – alla ricerca di una reciprocità tra vedere e conoscere.

Rossella Moratto, settembre 2019

 

 

LA NATURA DELLE COSE | 07|06 – 28|06|19
Da un seminario sette artisti allievi del Corso di Arti Visive del prof. Luca Caccioni
Paolo Bufalini, Edoardo Ciaralli, Angela Grigolato, Jacopo Naccarato, Camilla Riscassi, Shafei Xia, Bruno Zhang.


L’atto del raccogliere e del catalogare è una pratica molto forte, un cambiamento irreversibile dell’universo.
Presso diversi popoli e culture, racconta Marco Baliani, prima di spostare un sasso occorre chiedere il permesso.
Quando incontriamo una cosa preziosa sentiamo come un’aura intorno alla cosa, una speciale presenza. Provate a scegliere una pietra in un bosco o su una spiaggia, poi la portiamo a casa le diamo un posto sullo scaffale e già questo atto, questa piccola fatica ha reso quella pietra diversa da tutte le altre”. […]
Costanza Battaglini

 

Per questa terza mostra mtn si è aperta la collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Bologna, proponendo le opere di sette studenti della prestigiosa cattedra del Prof. Luca Caccioni.
Avendo già da alcuni mesi ospitato un tirocinio formativo di 220 ore di studenti di didattica dell’arte, il museo intende essere un luogo di formazione e crescita professionale per i giovani, oltre che uno spazio di proposta culturale e artistica di qualità. L’aspetto legato alla formazione degli studenti e in generale dei cittadini pensiamo sia fondamentale nella costruzione condivisa di nuovi valori, per una crescita armonica della società, ed è dunque nostra intenzione favorirla in tutti i modi possibili.
Le opere degli studenti presenti in La natura delle cose sono frutto di un seminario tenuto dal prof. Caccioni intorno al concetto di natura: ognuna di esse offre allo spettatore un punto di vista inedito su questo concetto, favorendo, anche grazie ai molti mezzi espressivi presenti, una visone complessa e sfaccettata sull’idea di natura oggi.
La mostra è inoltre inserita nell’ambito dell’Opentour 2019, dove molte gallerie e spazi hanno ospitato dal 20 giugno le mostre degli studenti dell’Accademia di Belle Arti. Tutta la città di Bologna ha così vissuto questo importante momento artistico grazie alla freschezza e all’energia di giovani artisti.

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La Giuria di OpenTour 19 composta da: Lorenzo Balbi, artistic director MAMbo, Paola Giovanardi Rossi, collezionista e Simone Menegoi, direttore artistico Artefiera Bologna ha conferito il premio della critica a Xia Shafei, con “Natura”, acquerello su carta, 250×130 cm, “Per la libertà con cui reinventa la tradizione iconografica del suo paese e per la leggerezza ironica con cui esplora nel suo lavoro temi erotici e grotteschi”. Ad Angela Grigolato è giunta la menzione d’onore con “Flowing ruin”, stampa digitale su carta Hahenmuhle Fine Art Photo Rag su Dibond, 100x140cm.

 

 

 

CONCREZIONI DAL NUOVO MILLENNIO | Niccolò Morgan Gandolfi | 05|04-05|05|19

Niccolò Morgan Gandolfi rivolge la sua ricerca al rione Bolognina, all’area specifica in cui sorge il Museo. Si tratta di una zona in rapida trasformazione, sede di rinnovata vitalità culturale e intensa frequentazione cittadina. Si ha la sensazione di trovarsi alle porte della città, mentre fino ad un decennio fa era indubbiamente periferia. Gli scavi delle fondamenta dei nuovi edifici hanno portato alla luce il passato facendo emergere tracce di ogni era, dall’Età del rame al periodo Romano. Oggi, percorrendo con lo sguardo i dintorni del Museo, abbiamo la percezione di essere testimoni diretti di un’era di passaggio, che potremmo chiamare “anno zero”. Risulta evidente la momentanea assenza di identità che caratterizza la nascita di un quartiere, in uno stadio in cui il terreno è stato livellato dal tempo e dalle ruspe offrendo ampi orizzonti alla vista. Molte tracce lasciano presagire un futuro prorompente, tra grandi distese di terra, depositi di materiali edili, macerie e vecchi alberi che attendono di essere reinseriti in un nuovo contesto. In questo scenario instabile, ogni oggetto assume significati diversi e contraddittori: il nuovo è disabitato, il vecchio è stato dislocato e l’antico sepolto.

Da queste osservazioni nasce lo stimolo della ricerca di Gandolfi che realizza per la mostra un lavoro site-specific. Le opere diventano la sintesi di un’esperienza complessa che apre riflessioni sul luogo ed entra inevitabilmente in relazione con esso. L’allestimento ricorda l’esposizione in un museo archeologico, espediente espositivo che segue un percorso “didattico” e traccia una linea temporale per una riflessione sul presente. Il titolo, Concrezioni dal nuovo millennio, fa riferimento alle opere presenti in mostra, in cui Gandolfi si serve di diverse tecniche, dalla fotografia alla scultura, per creare una installazione che interagisce con lo spazio circostante. Le fotografie testimoniano le fasi di edificazione del quartiere, dai macchinari impegnati nei cantieri, alle immagini dal taglio documentaristico.

La parola concrezione suggerisce l’idea di una materia che si deposita con un ritmo di crescita lento ma inesorabile, è questa la suggestione comune ai lavori scultorei presenti in mostra. I soggetti delle sculture racchiuse nelle teche, ottenuti mediante calco, rimandano alle infrastrutture considerate beni essenziali per erigere una comunità nel nostro tempo. Queste opere divengono dei veri e propri reperti archeologici in cui il passato e il futuro si fondono, intaccati dall’inevitabile patina che il tempo lascia.

 

 

 

MATER PANIS | Silla Guerrini | 25|01-28|02|19

Mater Panis di Silla Guerrini è il primo dei cinque progetti espositivi che avranno luogo a mtn | museo temporaneo navile. Durante il 2019 le mostre che il museo presenterà esploreranno il concetto di territorialità.

Questo macro tema è stato scelto per evidenziare una delle caratteristiche che connoterà le attività del museo: promuovere un’arte capace di dialogare e confrontarsi, oltre ogni approccio ideologico, con aspetti problematici e vitali dell’essere umano e del suo ambiente. Facendo attenzione a non cadere in atteggiamenti intellettualistici, il programma di mtn incoraggia progetti che hanno la capacità non solo di comprendere le complesse sfaccettature della realtà, ma anche di aiutare, attraverso il linguaggio dell’arte, la collettività a maturare un punto di vista sulla contemporaneità più consapevole e responsabile.

Il progetto di Silla Guerrini si inserisce perfettamente in questi intenti. La sua è un arte naturalmente concreta e tuttavia fortemente spontanea, lontanissima da certe astrazioni, e proprio perciò in grado di raggiungere il sentire di un ampio pubblico. Il materiale che l’artista ha deciso di utilizzare, superando molte difficoltà tecniche, è emblematico: il pane.  

Nutrimento dell’uomo da sempre, il pane è quasi un’immagine speculare dell’essere umano, della sua storia, del suo presente. Si potrebbe dire, usando un’immagine, che quando si prende tra le mani un pezzo di pane si  prende, in realtà, l’essere umano.

Silla Guerrini crede fortemente che la territorialità, o meglio la geografia umana, si possa vedere meglio attraverso i parametri dell’archetipo. Il tema centrale della sua mostra sarà infatti una grande dea madre di pane. L’artista si rivolge a questa immagine universale per evidenziare che il pianeta terra e il suo destino sono il vero luogo comune a tutti gli esseri umani. Cura, nutrimento, condivisione, saranno i criteri che l’artista userà per ampliare il concetto di territorio. Inoltre l’artista ha attivato una performance collettiva invitando dodici abitanti del quartiere Navile ad individuare un luogo in esso dove sotterrare una piccola Pomona (signora dei frutti) di pane. Questa azione vuole ricordare non solo che la zona del Navile è stata recentemente oggetto di ritrovamenti archeologici importanti, ma anche l’arte può essere una forza in grado di agire realmente sulla vita degli uomini.